Donne attenzione: nell’Arma alle vittime di molestie è vietato parlare

Lo scorso 10 marzo nell’ambito della trasmissione di Rai 3, Presa Diretta condotta da Roberto Iacona, è stato trasmesso un servizio di Giulia Bosetti sul caso della carabiniera Angela Aparecida Rizzo, costituitasi parte civile nel processo contro Luigi Ruggiero, maresciallo A.s.UPS CC per il reato di minaccia ad inferiore aggravata e continuata. Lo scorso 12 dicembre al termine dell’udienza dibattimentale nel corso della quale i testimoni hanno confermato le particolari attenzioni e molestie subite dalla Rizzo, assistita dagli Avvocati Giorgio Carta e Maria Laura Perrone, la Corte Militare di Appello di Roma ha confermato la condanna a nove mesi di reclusione nei confronti dell’imputato Ruggiero, oltre al pagamento delle spese processuali e del risarcimento alla parte civile.
A margine dell’udienza processuale ripresa dalla telecamere di “Presa Diretta” Angela Rizzo aveva poi rilasciato alcune dichiarazioni sulla vicenda processuale. Per quell’intervista nei giorni scorsi, l’Arma dei Carabinieri ha avviato nei confronti della carabiniera Angela Aparecida Rizzo un procedimento disciplinare per l’irrogazione di una sanzione disciplinare diversa dalla consegna di rigore.
L’azione disciplinare che l”Arma dei carabinieri ha voluto avviare nei confronti della carabiniera Rizzo è un pessimo segnale per tutte le donne delle forze armate.
Sottoporre la vittima di molestie ad un procedimento disciplinare appare chiaramente come uno squallido sistema monito per richiamare all’ordine del silenzio non solo la Rizzo ma anche tutte le altre donne che quotidianamente nel chiuso delle caserme sono vittime di aggressioni a sfondo sessuale da parte di colleghi e superiori di grado. Angela ha avuto il coraggio di denunciare pubblicamente le molestie subite ma l’Arma, invece di affrontare il problema per garantirgli maggiori tutele, ha ben pensato di procedere disciplinarmente ritenendola colpevole di non aver chiesto l’autorizzazione e di aver leso il prestigio della Benemerita. La carabiniera Rizzo non è né la prima né sarà l’ultima e per quanto ci riguarda oggi più di ieri ci impegneremo a dare la massima assistenza a tutte le donne militari che decideranno di reagire alle prevaricazioni e alle intimidazioni e alle molestie che sono costrette a subire nei luoghi di lavoro. Il caso di Angela solleva anche un secondo problema. Infatti il codice penale militare di pace (c.p.m.p.), nonostante le donne siano nelle forze armate fin dal 2000, non prevede come reato le molestie o la violenza sessuale e quindi, semmai, come avvenuto nel caso della carabiniera Rizzo, l’imputato viene generalmente giudicato e condannato per reati come la minaccia o l’ingiuria che prevedono pene irrisorie rispetto a quelle previste in caso di condanna per violenza o molestie sessuali. Colgo quindi l’occasione per rivolgermi all’Associazione Nazionale Magistrati Militari e al suo Presidente dr. Gabriele Casalena, affinché valuti la possibilità di realizzare iniziative comuni al fine di sollecitare il legislatore a dare vita a quella riforma della giustizia militare e dei codici che ormai appare sempre più irrinunciabile.

Acqua di bordo destinata all’uso umano: ferma Nave Magnaghi, dubbi anche sulle unità navali dell’Arsenale di Taranto

Perché il vertice della Marina militare ancora non ha reso pubblici i risultati delle analisi delle acque destinate al consumo umano utilizzate a bordo delle navi della sua flotta?
Il personale imbarcato ha, o non ha, il diritto di sapere se l’acqua che ha bevuto ed utilizzato lavarsi e per cucinare è conforme o meno alle prescrizioni stabilite dal decreto legislativo 31/2001?
Come già avvenuto in passato, anche questa volta verrà avviata la solita caccia alle streghe per scovare un colpevole e quindi poterlo processare nella convinzione che punirne uno per educarne altri cento al silenzio e all’omertà sia il solo metodo per mettere a tacere l’opinione pubblica e la crescente preoccupazione tra il personale, oppure si provvederà alla completa e sicuramente più opportuna verifica delle acque di bordo destinate al consumo umano e quindi alla successiva bonifica di tutte le navi che compongono la flotta della forza armata?
Si procederà finalmente a dare ai comandanti delle unità navali le immediate disposizioni affinché, nella loro veste di datore di lavoro, provvedano ad assolvere gli obblighi di aggiornamento dei documenti di valutazione del rischio e di corretta informazione derivanti dal decreto legislativo 81/2008 anche attraverso la pubblicazione dei risultati delle analisi delle acque destinate al consumo umano oppure continueranno a dispensare al personale imbarcato gli ammonimenti sulle consegne del silenzio e sull’esistenza delle procure militari così come avviene ancora oggi?
Sono queste le domande che rivolgo al Capo di stato maggiore della Marina militare, ammiraglio Valter Girardelli, perché oggi, ancora più di ieri, ritengo inaccettabile che gli oltre 30mila uomini e donne della forza armata non possano avere la certezza che sia stata fatta e si stia facendo ogni possibile azione per garantire la massima tutela della loro salute e della loro sicurezza sul luogo di lavoro.
Sono pienamente convinto che l’ammiraglio Girardelli, in quanto capo della Marina militare, abbia il dovere, se non quello giuridico sicuramente quello morale, di rassicurare coi fatti e non con le parole gli uomini e le donne che quotidianamente garantiscono la sicurezza nei nostri mari e ciò, al momento, può essere fatto solo con l’immediata pubblicazione dei risultati delle analisi effettuate sulle acque destinate al consumo umano a bordo di tutte le navi della forza armata.
All’ammiraglio Girardelli, sicuramente è noto il caso della Nave Magnaghi, già salita all’onore delle cronache nel 2016 quando la missione che l’avrebbe dovuta condurre ad operare davanti alle coste del Libano fu improvvisamente annullata a causa della non conformità all’uso umano delle acque di bordo. Bene, in questi gironi l’attività della medesima nave è stata nuovamente annullata e sempre per lo stesso problema. La notizia mi conforta. Ben vengano queste decisioni per tutelare la salute del personale imbarcato.

Il problema che affligge, talvolta anche in modo cronico, le navi della Marina militare è ormai di dominio pubblico. Le rassicuranti dichiarazioni sulla salubrità dell’acqua di brodo che tutti abbiamo potuto leggere nei comunicati ufficiali della forza armata si sono infrante contro con l’innegabile realtà dei fatti. Nel solo Arsenale di La Spezia le navi Margottini, Fasan, Rizzo, Alghero, Grecale, Elettra e chissà quante altre hanno avuto, o hanno ancora, problemi di conformità all’uso umano delle acque utilizzate a bordo dagli equipaggi. Tuttavia, il fatto che dal primo di marzo scorso il laboratorio analisi presso il DMML spezzino, contrariamente a quanto avveniva in passato, non formula più i giudizi di idoneità sulle acque di bordo, se per un verso non mi stupisce, ma del resto come avrebbe potuto superare l’atavica inadeguatezza alle vigenti norme e l’assenza delle previste certificazioni, dall’altro mi conforta e mi porta a credere che finalmente la forza armata abbia deciso di affidare l’esecuzione dei controlli di laboratorio alle istituzioni sanitarie, competenti, accreditate e certificate.
I problemi di conformità delle acque di bordo che affliggono le navi dell’arsenale di La Spezia sicuramente angosciano anche quelle che fanno base presso gli arsenali di Taranto e di Augusta. A Taranto, solo per fare un esempio, mi risulta che le analisi siano effettuate dal laboratorio dell’Ospedale militare della forza armata che, tuttavia, non solo risulta sprovvisto delle necessarie certificazioni ma che, inoltre, opererebbe secondo le previsioni della direttiva emanata nel 2010 dalla locale Direzione di sanità e non, invece, secondo quanto disposto dalla recente disposizione del Comando della Squadra Navale (CINCNAV), datata 12 luglio 2016, che da puntuale applicazione ai decreti legislativi 31/2001 e 81/2008.
Comprendo che per una organizzazione militare complessa come lo è la Marina può essere difficile recuperare 17 anni di mancanze e ritardi ma ciò non esclude precise responsabilità nell’applicazione delle vigenti disposizioni di legge. Per questo motivo oggi, ancor più di ieri, ritengo sia doveroso da parte dell’ammiraglio Girardelli fare immediata chiarezza sullo stato delle acque destinate al consumo umano e rendere pubblici i risultati delle analisi effettuate a bordo di tutte le navi della forza armata, dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo 31/2001 ad oggi e ciò, al di là delle belle parole di convenienza, per rassicurare in modo certo e concreto il personale e i loro familiari. In mancanza di tali chiarimenti nei prossimi giorni darò mandato all’Avvocato Giorgio Carta per porre in essere ogni azione che riterrà utile per tutelare la salute del personale della forza armata.

(foto:www.marina.difesa.it)

Marina Militare, Comellini (Pdm): sulla questione acque di bordo non “facite ammuina”

“Prendo atto delle dichiarazioni del comandante della Nave Margottini (attualmente impegnata nelle operazioni antipirateria e di propaganda del “sistema Italia”) pubblicate oggi dal quotidiano La Nazione. Al riguardo devo rilevare come queste non chiariscono né chi abbia fatto i controlli, come e quando, né se la nave sia salpata prima o dopo aver fatto le ulteriori verifiche. È solo il caso di ricordare che l’impossibilità dei laboratori analisi della forza armata di effettuare gli accertamenti per determinare la completa conformità all’uso umano delle acque di bordo, secondo le prescrizioni del decreto legislativo 31/2001, è ormai un fatto dimostrato oltre ogni legittimo dubbio dalle annotazioni contenute nelle comunicazioni scambiate tra i predetti laboratori e le unità navali. Se dette analisi non le possono fare i laboratori della forza armata figuriamoci quanto ciò, a maggior ragione, sia irrealizzabile a bordo della nave in navigazione nell’Oceano Indiano.
Comprendo come l’indisponibilità di fondi sui capitoli di spesa spesso renda impossibile far effettuare le analisi in argomento presso strutture esterne alla forza armata e che, in caso di risultati di “non conformità all’uso umano”, le indispensabili operazioni di bonifica e sanificazione degli impianti e delle linee di distribuzione delle acque possono incidere in maniera determinate sull’operatività delle unità navali e sulle aspettative del vertice militare. Operazioni talvolta complesse che richiedono necessariamente l’evacuazione dell’intero equipaggio, come sembra sia avvenuto recentemente sul cacciamine Alghero.
Comprendo anche la necessità del comandante della Margottini di rassicurare gli uomini e donne che in questi giorni, insieme a lui, hanno scoperto l’esistenza di un rischio per la loro salute che forse fino ad oggi nessuno gli aveva rappresentato. Tuttavia voglio ricordare che già in passato alcune dichiarazioni rese alla stampa, secondo le indicazioni e la logica del “va tutto bene, siamo bravi siamo belli” che tanto piace al vertice militare, si sono poi rivelate non vere. Basta, solo per fare un esempio, ricordare il caso di Nave Caio Duilio, Nave Grecale, Nave Elettra o, ancora Nave Magnaghi e da ultimo la Fremm Rizzo sulla quale, mi risulta, oltre alla presenza di legionella nel “locale forno”, anche il rilevamento di anomali valori di trialometani che hanno reso necessaria una verifica dell’impianto a cura della ditta costruttrice.
A questo punto vorrei sapere dal comandante della Nave Margottini come riuscirà, nel bel mezzo dell’Oceano Indiano mentre è impegnato nella caccia ai pirati, a far effettuare i controlli trimestrali sulle acque di bordo previsti dal “protocollo di routine” più o meno il 6 maggio p.v., o quelli eventuali di ulteriore verifica? E poi, caro comandante, se è cosi certo che l’acqua a bordo della sua Nave è “sicura”, mi spiega per quale ragione al suo equipaggio, ma anche a quelli delle altre unità navali, viene data da bere acqua imbottigliata?
Come ho già detto, quando si tratta di argomenti così importanti come lo è la salute degli uomini e donne della Marina militare, occorre dimostrare coi fatti ciò che si sostiene e non mi sembra che alle belle e rassicuranti parole di questi giorni sia seguita la pubblicazione di tutte le analisi effettuate secondo le disposizioni di legge, dal 2001 fino ad oggi, su tutte le unità navali della forza armata.
Comprendo anche la difficoltà del vertice militare nel dover ammettere che il problema è stato sottovalutato o che si è preferito confidare nell’ordine del silenzio imposto al personale, affinché la questione restasse confinata all’interno della compagine militare. Siccome non siamo più all’epoca del “facite ammuina” allora, mi permetto, anzi mi sento in dovere, visto che sembra che l’ordine del giorno di oggi prevede la ricerca dei miei improbabili informatori piuttosto che la soluzione del problema, di suggerire a tutti i comandanti delle unità navali della Marina militare di agire secondo il buon senso del “padre di famiglia” con la consapevolezza delle loro responsabilità in qualità di “datore di lavoro”, in conformità alle chiarissime disposizioni del decreto legislativo 81/2008 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e, quindi, delle informazioni sui rischi che necessariamente devono essere date al personale, nel modo più completo possibile, anche attraverso la pubblicazione dei risultati delle analisi effettuate sulle acque di bordo destinate all’uso umano, sia al momento della partenza sia nei successivi controlli effettuati nei modi e nei tempi previsti dalle vigenti normative.
Garantire il diritto alla salute è dovere di ogni datore di lavoro e quindi anche di ogni buon comandante. O sbaglio?
Chiunque vorrà comunicarmi problemi inerenti la questione delle acque destinate all’uso umano a bordo delle unità navali della Marina militare, può scrivermi all’indirizzo di posta elettronica info@partitodirittimilitari.it oppure cittadiniindivisa@radioradicale.it.”

(foto: www.marina.difesa.it)

Comellini a Girardelli: c’è “legionella” sulla FREMM Margottini?

“È la “legionella” il compagno di viaggio degli oltre 160 uomini di equipaggio della Fregata Europea Multi Missione (FREMM) Carlo Margottini salpata dal porto di La Spezia lo scorso 20 febbraio? È questa la domanda che pongo oggi all’ammiraglio Valter Girardelli, Capo di stato maggiore della Marina militare.
Caro ammiraglio già prima della partenza della Fregata Margottini i controlli effettuati sulle acque di bordo desinate al consumo umano avevano dato esiti positivi alla legionella ma nonostante ciò, senza attendere il risultato degli ulteriori controlli, la nave e tutto il suo equipaggio sono stati fatti partire per la lunga missione che li vedrà nei prossimi mesi impegnati nell’Oceano Indiano, nel Mar Arabico e nell’adiacente Golfo per partecipare all’Operazione europea antipirateria Atalanta.
Se è questo il grande senso di responsabilità con cui agisce la Marina militare per tutelare la salute dei propri uomini e donne allora occorre un immediato intervento delle autorità giudiziarie competenti perché il rischio al quale potrebbe essere concretamente esposto l’intero equipaggio della Nave Margottini va accertato.
Per tutelare il personale non le resta che ordinare l’immediato rientro in Italia della Fregata, e poi voglio augurami che il buon senso le suggerisca di dare le sue immediate dimissioni.”
(foto: www.difesa.marina.it)

L’ACQUA CONFORME ALL’USO UMANO E’ UN DIRITTO ANCHE A BORDO DELLE NAVI MILITARI

Mentre il vertice della Marina militare per tranquillizzare il proprio personale continua ad escludere ogni sorta di problema per quanto riguarda l’acqua destinata al consumo umano a bordo delle sue navi, mi giungono nuove e preoccupanti segnalazioni contrarie.

Per acqua destinata al consumo umano si intende:
“le acque trattate o non trattate, destinate ad uso potabile, per la preparazione di cibi e bevande, o per altri usi domestici, a prescindere dalla loro origine, siano esse fornite tramite una rete di distribuzione, mediante cisterne, in bottiglie o in contenitori” ed ancora “acque utilizzate in un’impresa alimentare per la fabbricazione, il trattamento, la conservazione o l’immissione sul mercato di prodotti o di sostanze destinate al consumo umano”.

INVITO

tutti gli uomini e donne che prestano servizio sulle unità navali della Marina militare a pretendere dai loro superiori l’immediata pubblicazione dei risultati delle analisi effettuate sulle acque di bordo e in mancanza di risposta a voler segnalare il fatto alle autorità competenti (Procura Militare/Ordinaria) e contestualmente ad inviare una segnalazione al seguente indirizzo di posta elettronica: info@partitodirittimilitari.it

INVITO

l’ammiraglio Valter Girardelli, Capo di stato maggiore della Marina militare, ad un serio confronto pubblico per assicurare una reale tutela della salute di tutto il personale della forza armata perché è fin troppo evidente che già dal 2001, anno di entrata in vigore del decreto legislativo 31/2001, i vertici della Marina militare, della Sanità militare, ma soprattutto quelli politici della Difesa, hanno sottovalutato la reale portata del problema che oggi rappresenta un grave pericolo per la salute di tutto il personale della forza armata.

Luca Marco Comellini

(foto: www.marina.difesa.it)

Sulla questione delle acque di bordo destinate al consumo umano la Marina militare pubblichi i risultati analisi altrimenti le sue sono solo chiacchiere

COMUNICATO STAMPA DEL 22 FEBBRAIO 2018

Oggi numerosi mezzi di informazione hanno riportato integralmente la nota stampa che la Marina militare ha diramato ieri nel tentativo di chiarire la questione delle acque di bordo destinate al consumo umano e la vicenda penale che coinvolge il maresciallo infermiere dott. Emiliano Boi attualmente sotto processo davanti al Tribunale militare di Verona perché accusato di avermi trasmesso alcuni messaggi comprovanti la mancata esecuzione delle previste analisi di laboratorio sulle acque destinate al consumo umano a bordo delle unità navali della Marina militare.
Sulla questione occorre fare alcune precisazioni. Le indagini avviate a seguito della pubblicazione di alcuni articoli di stampa, tra cui uno a mia firma pubblicato su Tiscali Notizie, dall’inequivocabile titolo “Marina Militare: per salvare i migranti rischiano di ammalarsi di legionella”, sono state svolte da una articolazione interregionale operante presso il Comando militare marittimo di La Spezia del Reparto Carabinieri Agenzia Sicurezza Marina Militare posto alle dirette dipendenze dello Stato Maggiore della Marina. Per quanto riguarda le negate azioni disciplinari mi risulta che il vertice militare abbia saggiamente deciso di rimandarne ogni valutazione all’esito del procedimento penale nonostante la normativa vigente consenta ugualmente di avviare e concludere il procedimento disciplinare a prescindere dalla conclusione di quello penale. Invece, per quanto riguarda gli aspetti riferiti alla salubrità delle acque destinate al consumo umano, mi sembra che dalla predetta nota emerga chiaramente l’imbarazzo della forza armata che solo nel luglio del 2016, cioè dopo la pubblicazione del mio articolo, si è resa conto che le disposizioni interne emanate nel 2004 per attuare le tassative prescrizioni del decreto legislativo 31/2001 erano incomplete e/o errate e che i laboratori analisi della forza armata non solo non erano e non sono ancora oggi dotati di adeguate strumentazioni per effettuare tutte le analisi previste dal citato decreto ma, come è emerso proprio nel corso del dibattimento processuale, almeno per quanto riguarda la sede del Dipartimento Militare Medicina Legale di La Spezia (DMML) non risultano essere impiegati tecnici di laboratorio abilitati. Alla luce di queste evidenze la nota diramata ieri dalla Marina militare sembra essere l’ennesima prova, ove già non ve ne fossero a sufficienza, di un comportamento estremamente superficiale del vertice della forza armata che sembra essere la prassi quando in gioco ci sono la sicurezza e la salute del personale. Sembra quasi un estremo e disperato tentativo volto a tranquillizzare l’opinione pubblica e i marinai imbarcati sulle unità navali. Anche la solita storiella della forza armata che “ha sempre agito con grande senso di responsabilità per tutelare la salute dei propri uomini e donne …” oggi non ha più alcun valore e appare anche inopportuna difronte alle continue evidenze di nuove comunicazioni che, come quelle tra nave Grecale e DMML La Spezia già rese pubbliche, ci continuano a raccontare di acque non conformi al consumo umano che non sono mai state smentite da alcuno. Questo modo di procedere del vertice militare, che si fa forte del suo essere “Istituzione” non mi sorprende ne deve sorprendere l’opinione pubblica perché è lo stesso modus operandi già più volte adottato dai vertici della Difesa e da ultimo in occasione della presentazione delle relazioni conclusive della Commissione parlamentare di inchiesta sull’utilizzo dell’uranio impoverito. Ma davvero il Capo di stato maggiore della Marina militare, ammiraglio Valter Girardelli, crede di poter risolvere una questione così importante ove è evidente una incompleta o errata applicazione delle norme in materia di salubrità delle acque destinate al consumo umano a bordo delle unità navali della forza armata raccontandoci che va tutto bene?
Allora dimostri con i fatti quello che afferma e pubblichi sul sito istituzionale della Difesa, per ogni unità navale in servizio dal 2001 fino ad oggi, i risultati delle analisi sulle acque di bordo destinate al consumo umano effettuate secondo le prescrizioni del decreto legislativo 31/2001; pubblichi i documenti di valutazione del rischio previsti dal decreto legislativo 81/2008 e tutti i risultati delle analisi laboratorio previste dai protocolli HACCP. Solo cosi la Marina militare potrà dimostrare di aver agito per tutelare la salute delle donne e degli uomini che hanno prestato e prestano servizio sulle navi della forza armata. Diversamente, come si dice dalle mie parti “le chiacchiere stanno a zero”.

Cappellani militari, Comellini (pdm): Gentiloni s’è piegato davanti alle pretese dei preti con le stellette. Evidenti discriminazioni: nelle Istituzioni ci saranno cappellani di serie A e di serie B

Cappellani militari, Comellini (pdm): Gentiloni s’è piegato davanti alle pretese dei preti con le stellette. Evidenti discriminazioni: nelle Istituzioni ci saranno cappellani di serie A e di serie B.

Roma 10 feb 2018 – Con l’approvazione dello schema di intesa tra la Repubblica italiana e la Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha, ancora una volta, dimostrato la sua personale debolezza e quella delle Istituzioni italiane difronte alle pretese dell’Ordinario militare e i suoi sodali con le stellette. Il premier evidentemente non sa che oltre a quelli militari ci sono anche i cappellani della Polizia di Stato che svolgono la loro opera secondo le regole previste dal D.P.R. n° 421 del 27 ottobre 1999 con il quale è stata data esecuzione all’intesa sull’assistenza spirituale al personale della Polizia di Stato di religione cattolica perché, altrimenti, sarebbe bastato applicare le stesse regole anche per i cappellani militari. E’ facile, forse non per il premier, comprendere le ragioni per cui ciò non è avvenuto. Mentre gli stipendi dei cappellani militari vanno da un minimo di 2000 euro netti al mese fino agli oltre 9000 del generale di corpo d’armata a cui è equiparato l’Ordinario militare, quelli dei cappellani della Polizia di Stato sono determinati nella media aritmetica, aumentata del sei per cento, tra la misura massima e quella minima del congruo e dignitoso sostentamento assicurato dalla Conferenza episcopale italiana, a termini dell’art. 24, comma 1, della legge 20 maggio 1985, n. 222, ai sacerdoti che svolgono la funzione di parroco. In altre parole il cappellano della polizia percepisce in media 1350 euro al mese. È quindi evidente che l’ignoranza di una parte e l’arroganza dall’altra hanno impedito al premier Gentiloni di vedere l’enorme discriminazione tra sacerdoti dello stesso culto religioso a cui lui stesso ha dato vita con l’approvazione dello schema di intesa per i cappellani militari.

Missioni internazionali, Comellini (Pdm): scioglimento Parlamento mette fine a rinnovo missioni

Roma – 28 dic 2017 – “La legislatura è finita e lo scioglimento del Parlamento è solo una questione di ore. È in queste situazioni che il pressapochismo del legislatore italiano emerge in tutta la sua dirompente drammaticità. Per rendersene conto agli italiani, ma anche e soprattutto ai nostri interlocutori internazionali, basta leggere il testo della legge 145/2016 “Disposizioni concernenti la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali” che, con l’articolo 2, comma2, affida al voto del Parlamento l’autorizzazione per le singole missioni e, col comma 3, al Governo il compito di emanare, entro i successivi 60 giorni, i relativi decreti per il finanziamento.
Tra poco il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, secondo le informazione riportate dai media in queste ore, dovrebbe decretare lo scioglimento della Camera e del Senato e allora, volendo escludere che il premier Gentiloni e la sua ministra Pinotti abbiano potuto anche solo pensare che l’approvazione da parte del Parlamento sui provvedimenti di impiego delle nostre forze armate all’estero sia da considerare un mero fatto scontato o del tutto irrilevante, la questione va senza dubbio rimessa alla sensibilità istituzionale del Presidente Mattarella e alla sua valutazione sulla differenza tra un atto di indirizzo votato da un Parlamento oggettivamente distratto dalla competizione elettorale ed uno deliberato da un Parlamento ancora in carica e nel pieno dei suoi poteri e quindi anche capace di bocciare, senza possibilità di appello le missioni armate e di guerra o, come quella annunciata in Niger, con falsi scopi umanitari. Missioni che i nostri militari sono costretti a fare all’estero invece di impegnarsi a vigilare e a garantire la sicurezza dei nostri confini e dei nostri mari.
Inoltre Mattarella non potrà non tenere nella dovuta considerazione gli ulteriori adempimenti a cui la legge obbliga il Governo e poi ancora il Parlamento in caso di approvazione di atti di indirizzo favorevoli allo svolgimento delle missioni.”.

Ma quale bandiera Nazista? La visione distorta dei fatti è l’epilogo dell’azione di una ministra che i militari vorrebbero poter dimenticare

Il servizio giornalistico che ha scoperto una bandiera erroneamente definita “nazista” nella camerata della caserma Baldissera del Battaglione Carabinieri Toscana ha sollevato un clamore mediatico che si sta rivelando una fake news in quanto, in realtà, quella bandiera è un emblema della Marina militare della Germania imperiale e la sua sola esposizione non costituisce alcun reato o infrazione disciplinare. Se poi la ministra della difesa Roberta Pinotti vuole estremizzarne l’uso decorativo riconducendo l’esistenza di una qualsivoglia violazione dei doveri del militare al solo fatto che alcuni gruppi di estrema destra la utilizzano nelle proprie esternazioni pubbliche, consapevoli del divieto di utilizzare i simboli del nazismo o del fascismo, allora le dichiarazioni della Pinotti sul punto non possono non ricordarci che, al pari, la repressione delle libertà individuali di espressione o finanche del solo pensare, qualsiasi sia l’ideologia politica di chi le esercita liberamente e consapevolmente, è propria dei regimi totalitari a cui quella bandiera vuole ad ogni costo essere ricondotta. Ricordo, quando ero un giovane sergente dell’Aeronautica militare di aver appeso nel mio alloggio alcune fotografie di aerei storici, come quelli esposti al museo dell’Aeronautica militare di Vigna di Valle che riportano sull’ala o sulla fiancata l’emblema dell’allora gloriosa Regia Aeronautica e del “fascio littorio”, quest’ultimo simbolo del regime fascista. Ma non per questo ricevetti il trattamento che oggi la ministra vorrebbe riservare al giovane carabiniere, per ragioni che, a mio avviso, e non solo, non hanno nulla a che vedere con il regolamento militare e i doveri che esso impone ad ogni militare.
Credo fermamente che le Forze armate, ora più che mai, abbiano bisogno di un vero ministro della difesa e di comandanti in grado di esprimere al meglio il vero senso del terzo comma dell’articolo 52 della Costituzione che li vorrebbe capaci, nella loro azione di alto comando, di ascoltare, comprendere e porre rimedio alle ragioni su cui si fonda l’evidente malcontento e i crescenti sentimenti di sfiducia nelle Istituzioni che tutto il personale militare dei ruoli non direttivi e non dirigenti vive con estremo disagio anche a causa, non ultima, delle mille promesse fatte e non mantenute e dei devastanti provvedimenti normativi che hanno inciso pesantemente sulle carriere e la dignità di tutti i cittadini in divisa. La sottosegretaria e poi ministra Pinotti fin dal suo ingresso nella compagine militare ha preferito circondarsi di personaggi graditi alla sua parte politica e al suo ex presidente del Consiglio senza preoccuparsi che regalando proroghe a destra e a manca o che nel voler imporre le sue decisioni in modo unilaterale o, ancora, prediligendo gli uni agli altri a secondo della disponibilità ad assecondare le sue richieste, ha finito col compromettere quei delicati equilibri tra le forze armate ed al loro interno tra i differenti ruoli che duravano immutati da tempo nonostante le dure prove e i gravosi impegni a cui tutte le forze armate sono state costrette.
Riguardo agli attacchi e insulti che la ministra afferma di aver ricevuto in queste ore sui social me ne dispiaccio, se hanno travalicato i limiti della critica, anche aspra, è giusto che vengano puniti ma, diversamente, non posso non ricordare che la saggezza popolare da sempre recita: “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.
Tutto ciò nella speranza che il prossimo ministro della difesa dia più ascolto alla truppa piuttosto che ai generali e all’inutile Cocer.

Lettera aperta a Papa Francesco – Incontriamoci, la Chiesa si faccia carico degli stipendi dei cappellani militari

Carissimo Francesco,
Già nel corso della XVI Legislatura del Parlamento Italiano la richiesta di porre a carico della Chiesa cattolica i costi milionari dell’Ordinariato militare, presentata dai parlamentari Radicali, è stata più volte ignorata senza alcuna valida motivazione che potesse superare il dettato normativo vigente. Nessuno dei tanti cittadini di cui oggi mi faccio l’umile portavoce ha mai contestato la presenza dei sacerdoti nell’ambito delle Forze armate ma più semplicemente, semmai, lo “status” con cui essi vi sono presenti: quello militare col rango di ufficiale. Non sono solo il grado da ufficiale e l’aspetto economico che stridono violentemente con quanto hai più volte affermato riferendoti ai posti ed ai simboli di potere occupati dai membri della Chiesa, vi è anche quello squisitamente giuridico e normativo. Non voglio approfittare del tuo tempo, né dello spazio concesso a questa mia lettera, per spiegare qui le ragioni giuridiche che sono alla base della richiesta in parola e che poggiano sull’attenta e costituzionalmente orientata lettura dell’articolo 11, comma 2, dell’Accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato Lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, ratificato e reso esecutivo con la legge 25 marzo 1985, n. 121. Non posso però non rilevare che, sull’argomento, le dichiarazioni della Presidenza della Camera, rese nel corso della seduta del 11 dicembre 2012, e poi ancora successivamente, sono apparse strumentali a sostenere non il diritto e la legge ma, illogicamente, il potere e il denaro che caratterizzano l’essere degli alti gradi militari ed è anche vero che nelle parole di don Angelo Frigerio, intervenuto il 5 dicembre 2013 a radio radicale nella rubrica “Cittadini in divisa”, è immediatamente apparsa chiara la reale volontà di cambiamento tesa a restituire i sacerdoti alle loro originarie funzioni: alla Chiesa e non alle armi, non ai gradi e agli onori militari ma ultimi, fra gli ultimi e più fedeli servitori dello Stato: i militari. Così pure nel corso della trasmissione del programma televisivo “Le Iene”, andata in onda il 19 novembre 2013 e poi ancora il 19 novembre 2014, fu proprio lo stesso Ordinario militare, Mons. Santo Marcianò, ad affermare che i cappellani militari per esercitare il loro ministero non hanno bisogno di gradi e denari. Intenzioni che tuttavia non hanno mai trovato riscontro nella realtà dei fatti: i cappellani militari continuano a rivestire i gradi da ufficiale delle forze armate e a percepirne il relativo trattamento economico, fondamentale e accessorio. Santo Padre, nell’interesse della Chiesa e nel rispetto dell’irrinunciabile principio di laicità dello Stato italiano, con l’auspicio un tuo autorevole intervento capace di rendere concrete nei fatti le parole di Mons. Santo Marcianò e del suo Vicario Don Angelo Frigerio, ti chiedo di concedermi udienza e la possibilità di spiegarti le ragioni su cui poggia la richiesta di smilitarizzare l’Ordinariato. Richiesta che anche recentemente è approdata nell’Aula della Camera dei deputati attraverso le iniziative dei parlamentari del Movimento cinque stelle. Sono certo, anche a nome di quanti vi vorrebbero realmente ultimi fra gli ultimi, poveri fra i poveri, che vorrai perdonare la pubblicità e il modo in cui ti rivolgo questa richiesta di incontro. Nell’attesa di una Tua risposta voglio ricordare a me stesso che nonostante la devastante crisi economica abbia da tempo raggiunto il livello di guardia – oltre il quale anche il rischio per la tenuta democratica del Paese sembra apparire sempre più concreto – anche in questo 2017 che volge al termine dalle tasche dei contribuenti sono stati prelevati ben 9.579.962 euro per il pagamento degli stipendi dei 200 cappellani militari e sebbene sia da anni al lavoro una apposita Commissione paritetica tra la Chiesa e lo Stato con il compito di studiare una riforma, dal trionfale annuncio della sua costituzione del marzo del 2015 ad oggi, non è stato prodotto alcun risultato concreto ma anzi, al contrario, la situazione è sensibilmente peggiorata e l’avversione dei cittadini in divisa e della gente comune nei confronti dei membri dell’Ordinariato militare è aumentata, anche a causa dei recenti provvedimenti normativi di riordino delle carriere del personale militare che non escludono i cappellani militari ma, al contrario, rivestendo i gradi degli ufficiali, li promuovono dirigenti dello Stato (con il relativo trattamento economico).
Affettuosi saluti
Roma, 12 settembre 2017

Luca Marco Comellini